Con l'inizio della vita stanziale e dell'agricoltura, i nostri antenati iniziarono a coltivare una specie selvatica di cereale che si è con il tempo resa “domestica” fino a diventare quello che noi conosciamo come “farro monococco”.
Nei millenni successivi, con incroci spontanei tra specie selvatiche, con l’adattamento all’ambiente e la selezione umana, i farri selvatici si sono evoluti nei farri coltivati e nel grano duro. Allo stesso modo, il frumento tenero deriva da un incrocio tra un frumento duro e una pianta erbacea. In questo modo arriviamo all'inizio del '900 con varietà di grano selezionate dai nostri contadini per secoli in base alle necessità agricole delle varie epoche (principalmente per capacità produttiva e resistenza all'allettamento).
Tutta questa sincronia evolutiva tra il contadino e il suo grano è stato il risultato della simbiosi uomo/natura, dove l'agricoltore non interveniva stravolgendo l'equilibrio naturale ma lo seguiva fedelmente eseguendo una selezione esclusivamente visiva dei suoi migliori semi per l'anno successivo.
Arriviamo agli anni '50, dove la comparsa dei primi macchinari agricoli e le prime manipolazioni genetiche sui frumenti hanno avuto lo scopo principale di semplificare la raccolta meccanica e rendere resistenti ai trattamenti chimici le coltivazioni. Da questo momento in poi iniziano a diffondersi a macchia d'olio queste nuove varietà che oggi riconosciamo con il nome di “grani moderni” lasciando sempre più ai margini quelle antiche varietà considerate poco “comode” e il loro prezioso e vario patrimonio genetico.
La scelta produttiva incentrata sulle varietà antiche non ha il solo scopo di conservazione della biodiversità ma è, prima di tutto, una scelta qualitativa. Le modificazioni artificiali e le raffinazioni subite dai grani moderni alterano profondamente le proprietà, diminuendone il potere nutritivo e il gusto; i frumenti antichi si distinguono nettamente per il loro sapore aromatico e complesso, risultano molto più digeribili per questo motivo sono spesso indicati per le intolleranze al glutine.

Con l'inizio della vita sedentaria e dell'agricoltura, i nostri antenati iniziarono a coltivare una specie selvatica di cereale che si è con il tempo resa “domestica” fino a diventare quello che noi conosciamo come “farro monococco”.
Nei millenni successivi, con la semplice selezione manuale della semenza, il farro monococco si è lentamente evoluto in orzo, grano duro e grano tenero; in questo modo arriviamo all'inizio del '900 con varietà di grano selezionate dai nostri contadini per secoli in base alle necessità agricole delle varie epoche (principalmente per capacità produttiva e resistenza all'allettamento).
Tutta questa sincronia evolutiva tra il contadino e il suo grano è stato il risultato della simbiosi uomo/natura, dove l'agricoltore non interveniva stravolgendo l'equilibrio naturale ma lo seguiva fedelmente eseguendo una selezione esclusivamente visiva dei suoi migliori semi per l'anno successivo.

Arriviamo agli anni '50, dove la comparsa dei primi macchinari agricoli e le prime manipolazioni genetiche sui frumenti hanno avuto lo scopo principale di semplificare la raccolta meccanica e rendere resistenti ai trattamenti chimici le coltivazioni. Da questo momento in poi iniziano a diffondersi a macchia d'olio queste nuove varietà che oggi riconosciamo con il nome di “grani moderni” lasciando sempre più ai margini quelle antiche varietà considerate poco “comode” e il loro prezioso e vario patrimonio genetico.
La scelta produttiva incentrata sulle varietà antiche non ha il solo scopo di conservazione della biodiversità ma è, prima di tutto, una scelta qualitativa. Le modificazioni artificiali e le raffinazioni subite dai grani moderni alterano profondamente le proprietà, diminuendone il potere nutritivo e il gusto; i frumenti antichi si distinguono nettamente per il loro sapore aromatico e complesso, risultano molto più digeribili per questo motivo sono spesso indicati per le intolleranze al glutine.